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La Reggina ed il suo valore sociale, alla c.a. del Sindaco: come si ottengono storia e blasone?

reggina-calciologodi Paolo Ficara - Un brutto sogno. Ero alla processione settembrina, ma sul quadro della Madonna non compariva la consueta Sacra Effigie. L'arcivescovo di turno aveva deciso di sostituirla. In quella nuova, da egli stesso ideata, Gesù era meno bambino ed aveva già la barba. Uno shock. Eppure, nessuno protestava. Come se tutto fosse normale. "Che vi importa? Siamo devoti a Maria a prescindere dai simboli. Ora e sempre, W Maria" era il concetto ricorrente tra la folla.

Riapriamo gli occhi. Due anni fa, di questi tempi, c'è stato un restyling del logo appartenuto alla Reggina Calcio. Un po' fastidioso il concetto che ogni presidente debba modellarsi il proprio logo, ma venivamo da un'annata ad altissima tensione sul piano dell'identità. L'aver ereditato i beni materiali ed immateriali appartenuti alla fallita Reggina Calcio, da parte di chi si era già autoproclamato erede ancor prima di averne le basi, valeva come un successo. Oggi quell'eredità non c'è più, essendo scaduto il regime di affitto dopo il rinnovo del giugno 2017.

Proponiamo adesso un quesito a risposta multipla, ponendolo alla cortese attenzione del Sindaco di Reggio Calabria, avv. Giuseppe Falcomatà. Ma anche i tifosi sono liberi di esprimersi, anzi, per la prima volta vi chiediamo esplicitamente di commentare o sui social network oppure scrivendoci a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Come si assegnano storia e blasone di una società di calcio?
A) Possono variare di settimana in settimana, in base alla squadra cittadina che porta più spettatori allo stadio (occhio che il Gallico-Catona potrebbe superare le mille unità)
B) Toccano alla squadra cittadina che si trova nella categoria più alta (e se un giorno l'Aurora Reggio arrivasse in Serie A?)
C) Da prassi, camminano di pari passo con beni immateriali come matricola (ormai morta e sepolta) e marchio (oggi regolarmente in affitto ad un privato)
D) Varie ed eventuali (indicare)

Dai, è facile. Qualche indizio? Urbano Cairo, a Torino, non ha nemmeno provato a raccontare la favoletta circa storia e blasone che appartengono di diritto alla città (vi immaginate la risposta di Agnelli?), sborsando milioni per ricomprare marchio e trofei. Stesso dicasi per Della Valle e De Laurentiis, in piazze con concorrenza meno "ingombrante", dato che Rondinella e Campania Puteolana avevano da tempo esaurito il proprio "ciclo vincente" in C2 a Firenze e Napoli.

Venendo ad esempi con bacheche più scarne, Lotito ha dovuto ricomprare il marchio della Salernitana. Una società di reggini, presieduta da Giuseppe Cosentino, ha fatto lo stesso a Catanzaro. Su quel che è accaduto a Messina con Franza e la sua Peloro, preferiamo non entrare in determinati meandri. A Reggio Calabria, nel fallimento pilotato del 1986, a Pino Benedetto andò bene: il sottoscritto aveva da poco levato il pannolino, altrimenti non si sarebbe salvato da una precoce quanto aspra contestazione giornalistica, per non aver preso il marchio. Almeno, lui ed i suoi soci dell'epoca (mi pare di ricordare che si chiamassero Foti, Praticò, Dattola, Remo... l'ho detto Praticò?), presero la matricola a testimoniare la continuità con la fallita A.S. Reggina.

La Urbs Reggina 1914 non ha comprato neanche una penna appartenuta alla Reggina Calcio. Se gli fosse importato di conservare la storia di un club apparso per nove volte, nell'almanacco, poche pagine dopo Inter e Milan e subito prima della Roma, sarebbe bastata una semplice mossa: la fusione gratuita della propria matricola, che francamente non ricordiamo nonostante la mettano in calce a tutti i comunicati stampa, con la storica 41740 fin quando era ancora in vita presso la Figc. E nessuno avrebbe mai più potuto contestarne il legame continuativo con i predecessori.

Nè Falcomatà, nè nessun altro può uscirsene oggi a piacimento con l'argomento "storia", associandolo all'argomento "Urbs". Non l'hanno voluta neanche gratis.

L'intervento di qualche ora fa da parte del primo cittadino, dunque, oltre ad essere un tantinello fuorviante sul piano legale, diventa totalmente fuori luogo quando parla di storia e valori. Un privato si è aggiudicato regolarmente un bando, ed oggi non può essere sottoposto a coercizione pubblica per stabilire chi e a quali condizioni far entrare all'interno di una struttura che ha pagato, PAGATO! Per Dio! Dopo mesi in cui il precedente locatario, come dimostrato da un decreto ingiuntivo che non ha ricevuto opposizione, non ha fatto altrettanto. Esistono padri di famiglia che ancora attendono di ricevere i crediti, in veste di ex dipendenti della Reggina Calcio fallita a giugno 2016.

Guai a pensare che ne stiamo facendo una questione personale. Magari Girella è molto peggio di Praticò, sotto tutti i punti di vista. Qui si va sul merito, sulle regole. Sulla legge. C'è di mezzo un Tribunale. Al bando per Sant'Agata e marchio, non si è presentata nessuna società professionistica. Adesso che facciamo? Annulliamo tutto, solo perché il vincitore non è quello che auspicavamo? Spegniamo la Playstation e rigiochiamo la partita?

Ma quando Falcomatà invoca la storia ed il valore sociale della Reggina, lì comprendiamo che al questionario urge risposta. Ma risposta esatta, possibilmente. Se Girella si è aggiudicato tutto il pacchetto, com'è mai possibile che storia della Reggina e Sant'Agata siano staccati? Il Tribunale li ha conferiti in affitto sempre nelle stesse mani, insieme. Da luglio 2016 a giugno 2018 alla Urbs, e adesso alla Magna Grecia. Cosa non torna?

Non sarebbe meglio un bel comunicato stampa, dato che è mancata la cognizione di causa per dirlo di persona, nel quale si invita la Urbs a riappropriarsi dell'unico bene immateriale rimasto della vecchia Reggina Calcio? Al pari rispetto a quanto accaduto in (quasi...) tutte le città in cui si veniva da un certo blasone maturato negli anni. Fermo restando che l'acquisizione del marchio non conferisce di certo il diritto di allenarsi a zero spese, altrimenti saremmo capaci in parecchi di mettere su una squadra professionistica.

La promozione del 1999, le vittorie sul Messina, il -15 diventato poi -11 della irripetibile salvezza del 2009, al pari del primo salto in B con Granillo, Maestrelli, Dolfin e Iacopino, i gol di Bercarich, il genio e la sregolatezza di Pianca, rimarranno impresse a vita nel cuore e nella mente di chi le ha vissute. Non verranno cancellate dalla scomparsa di una matricola o dallo smarrimento di un marchio. Ma chi verrà dopo di noi, chi nascerà nel 2050 o nel 2200, non saprà cosa si è perso. A questo servono i simboli. A conservare la memoria, la storia, ed a tramandarla ai posteri. Non riusciamo a trovare validi motivi per disperdere questo patrimonio, il nostro patrimonio, o per accettare supinamente che ciò avvenga. E non accettiamo nemmeno che venga distratta l'opinione pubblica, spostando l'attenzione sui campi d'allenamento: per fortuna, nel nostro territorio, non ne esistono soltanto in via delle Industrie.

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