Processo Aemila, il pentito: "A Reggio un corpo di 'ndrina riconosciuto"

pentito processo aemiliaSe ci fossero ancora dubbi che la 'ndrangheta fosse da tempo ben radicata a Reggio Emilia, la nuova testimonianza resa oggi al processo Aemilia li farebbe cadere uno ad uno come birilli. A parlare -da un sito protetto collegato in video all'aula del tribunale reggiano- e' Vincenzo Marino che fino al 2007, quando ha deciso di collaborare con la giustizia, era membro della cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura, padrona incontrastata di Crotone. Da lui, il presidente della Corte Francesco Maria Caruso che lo ha chiamato a deporre ha voluto sapere in particolare dei rapporti tra gli esponenti della "locale" cutrese attiva a Reggio e le imprese locali. Cioe', come emerso fin qui, la gigantesca mole di operazioni che movimentava fiumi di denaro sporco e li ripuliva che girava attorno alle figure principali di due imprenditori: Giuseppe Giglio, oggi anche lui pentito, e Palmo Vertinelli. Marino, che punta il dito contro di loro, non e' rimasto ai margini delle dinamiche della 'ndrangheta con condanne, dice, "per tutto il codice penale". Presentandosi meglio spiega: "Io facevo parte della 'maggiore' che decideva della vita e della morte delle persone. L'ultima parola era la nostra". E ancora: "Ero come un ministro della Difesa, dovevo attaccare le altre famiglie e difendere la mia, ero l'organizzatore dei gruppi di fuoco". Dalla sua posizione il pentito conferma poi: "In Emilia c'era un 'corpo di 'ndrina a tutti gli effetti attivo e riconosciuto", vale a dire dotato di "un benestare che lascia la famiglia madre affinche' gli affiliati, tutti battezzati, possano operare al Nord". Al vertice c'era il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, tra l'altro molto benvoluto perche', secondo Marino, "dal 2000 al 2006 i soldi arrivavano a balle, con i camion dei mobili, tanti da dare fastidio al Pil italiano". 

Nel 2002 Palmo Vertinelli, imputato nel maxi processo di 'ndrangheta Aemilia, rischio' di morire. La cosca ne decreto' in una riunione l'esecuzione perche' l'imprenditore calabrese residente a Montecchio, incaricato di gestire gli investimenti del sodalizio, aveva sgarrato. In particolare, "mancavano alcuni immobili" che Vertinelli avrebbe dovuto acquistare e poi vendere. Il retroscena lo svela il pentito Vincenzo Marino, parente del boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, che si offri' personalmente di svolgere l'incarico. Dalla sua deposizione di questa mattina in aula emergono poi altri due episodi a tinte fosche. Marino riferisce di un incontro in un capannone di Gualtieri per parlare di "un giornalista che dava fastidio. Dovevamo sistemare questo giornalista se avesse ancora rotto le scatole", spiega il pentito, pur non ricordando il nome del cronista. Ancora piu' cupa un'altra circostanza resa nota, quella avvenuta nel reggiano (Marino non ricorda se nel Comune capoluogo o in provincia) dove era sorto un problema "forse con un assessore o con uno che comunque firmava gli atti regolatori" (probabilmente i piani regolatori, ndr). Nulla di grave per la cosca perche', afferma il collaboratore di giustizia, "o mette la firma o questo lo ammazziamo e la firma la mette un altro".

Marino ha poi confermato che all'interno dell'associazione malavitosa distaccata in Emilia era possibile ottenere una sorta di "statuto speciale", come quello di Antonio Valerio che poteva godere di piu' autonomia rispetto alla casa madre. Valerio pero', Marino dice di non averlo mai conosciuto. I lavori dell'udienza hanno visto la testimonianza anche di Ermes Ferrari, protagonista secondo Antonio Valerio di una serie di truffe con vini e pellami. Ferrari ha respinto le accuse. Hanno poi rilasciato dichiarazioni spontanee, per dichiararsi innocenti, gli imputati Moncef Baachaoui e Luigi Serio. Quest'ultimo, geometra in una ditta di Giuseppe Giglio, non solo si e' dichiarato vittima di un caso di omonimia ma, per dimostrare di non essere colluso, ha riferito di aver subito anche minacce. "Ti porto in capannone e ti spacco in due come una capra", gli avrebbero detto. Infine il presidente della Corte Francesco Maria Caruso ha "pregato" l'Ordine degli avvocati di indicare ad ogni udienza un difensore d'ufficio per l'imputato Antonio Muto, visto che il suo legale di fiducia e' spesso assente e, non nominando un sostituto, paralizza le attivita' dell'aula. (Cai/ Dire)